ASSOCIAZIONE CULTURALE “ANTONIO ROSMINI”
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Venerdì - 20 novembre 2009 - ore 17.00

Fausto Pajar
SANTI MONTANARI
Edizioni Biblioteca dell’Immagine – Pordenone



Converseranno con l’Autore:
Nadia Scappini
Emanuela Merlo

Tratto da TasteVin Agosto/Settembre 2009



1974, ANNO MAGNIFICO E TERRIBILE

di Fausto Pajar

Trentacinque anni dopo celebriamo un sogno realizzato, un sogno realizzato, ma non esaurito: per questo si va avanti con decisione. Ci volgiamo indietro per riconoscere nella memoria e nei fatti il cammino compiuto. Non da soli. Indietro, come in uno specchio magico che riflette il presente, si vedono ancora distintamente i volti di tanti cari colleghi, di appassionati, di vignaioli, di mercanti, di degustatori, insomma tutta un’umanità variegata che ci resta nel cuore, che ancora ci alita un soffio di vita dal mondo nel quale si sono rifugiati per continuare a guidarci. Le presenze antiche non affascinano solo coloro che credono nella continuità del rapporto che consente colloqui tra le anime perdute nel cielo e quelle perdute sulla terra. Un cammino comune nel presente dello spirito, io credo. Di sicuro, un cammino è stato comune, in passato, a Bepo Maffioli e ad Annibale Toffolo. Il primo già maturo cultore di culture venete che spaziava dalla gastronomia al teatro e primo direttore. Il secondo, direttore attuale di questa rivista, giovane rampante pieno di voglia di fare, aperto al mondo con la volontà di portare ad esso il suo contributo di entusiasmo e di idee innovative.

Queste pagine mille volte sfogliate, quelle idee rimbalzate da tavolo all’altro, da un telefono (raro, in quei tempi) all’altro. Quante voci si accalcano alle orecchie che ormai non le odono più e seppur non le odono tuttavia le sentono perché sentire è dell’anima non del padiglione auricolare e dei connessi. Udivamo, allora le voci di Maffioli e di Vicentini e di tanti dell’Accademia della Cucina, di trattori, ristoratori e osti, che oggi non ci sono più qui ora, ma che ci sono nel nostro modo di essere, che volteggiano nell’aria attorno a noi come fedeli custodi di un messaggio che speriamo di aver recepito. Di certo qualcosa abbiamo capito, perché qualcosa è cambiato. Ma noi siamo certi che anche chi se n’è andato non ci ha abbandonati. A volte pare di sentire –capita anche a voi? – nel gorgoglio di un bollire di botte immostata dalle fragranze della recente vendemmia spremuta, capita, dicevo, di sentire la voce chiarissima e vicinissima di chi ha amato la terra, questa nostra terra, di contadini autentici, perennemente inchiavardati alle doghe curve della botte che lascia respirare il vino come un polmone. E dentro c’è questo suono di voci e le voci sono memorie e le memorie sono nuove uve e nuovo vino e spirito e anima e tutto. E poi, guardando fuori, alle vigne sterminate che invadono i colli magici trevigiani nel magico raggio verde che chiude il tramonto e nessuno, che non sia puro di cuore, può vedere, si scorgono figure chine sulla zolla, schiene spezzate e ripiegate quasi dentro la terra come a carpirne i segreti e nasconderli all’infido crescere di malanni fogliari, di dolori ai tralci, di bolle e macchie, di rughe non dovute e non volute. Così sulla vigna come sul corpo. Screpolato il tronco della vite che si squama a poco a poco sotto il peso del tempo, screpolati il volto e le mani dei padri nostri con rughe sì fonde da potervi coltivare filari ricurvi di cartizze come sulle colline di Valdobbiadene o di Conegliano.

Mi ricordo quella volta, quanti anni fa?, che un vigniaiuolo (ero con il saggio collega e gastronomo Carlo Mocci, a Guia) si presentava dicendo “guardate queste mani” e noi guardavamo in silenzio, religiosamente, quanto aratro e quanto verderame stavano racchiusi li dentro, mentre, attorno i grilli tenevano un concerto per noi come una sublime sinfonia di pizzicato di violini stradivari in puro abete armonico di Fiemme. Guardavamo in silenzio (erano tanti anni fa, 35), guardavamo ed eravamo stupiti di non vedere, in quelle mani, i segni dei chiodi della crocefissione. Ma poi si capiva, quando stappava una bottiglia di Prosecco. Quel vino cantava le lodi del Signore. E il signore risorto era lui e nel suo vino limpido si specchiava tutta l’anima della sua fatica. Anche i segni dalle mani scomparivano e il volto si rasserenava come se il risultato del suo lavoro gli rendesse la gioia infinita e destinata solo ai santi, la gioia dicevo, di un corpo glorioso, rinato, anzi risorto.

Quel contadino ha avuto in dono il mondo. Lo ha avuto fisicamente, materialmente, nelle mani. Lo ha palpato come quando andava a morose per scoprire il mondo della carne. Ma non c’era differenza. Anche lì c’era da arare e vangare, perché dovunque la vera vita nasce dal sudore e solo dopo dà piacere infinito e produce frutti. Frutti a grappoli, dorati e rubizzi come cascate di Prosecco o di Refosco, di incrocio Manzoni o di Pinot.

In fin dei conti cosa sono 35 anni. Tanto? Poco? Non si pesano con la stadera le scelte della vita. Non c’è mai stato nulla da vendere o da comprare nelle pagine di una rivista che sfogliata periodicamente portava e porta il peso della terra pensata, della fatica, dei luoghi del vivere nostro e del nostro tempo.

Scriveva Toffolo ricordando Maffioli e spiegando a larghe intense pennellate come nasceva questa rivista: “Era una rigogliosa giornata d’autunno, quando Lo incontrai nella sua casa di mattoni e pietre, che ricorda la barchessa di un contadino con un vigneto tutt’intorno, all’ombra dei più vecchi parchi del Terraglio…”. Comincia così l’avventura di questa rivista.

Dentro c’è tutta la storia di questi 35 anni. Forse non ricordiamo più, ma è bene farne memoria. Era il 1974. Ma era anche il 2727 ab Urbe condita, il 1422 per il calendario armeno, il 7482 per il calendario bizantino, il 4670 (cinese), 1393 (islamico). Tanti modi per dire che quella fu un annata buona. Ma non un buon anno, tranne per il fatto che ha visto la nascita di questa rivista (allora “Vin Veneto).

Che cosa accadeva, allora?

Carlos Arios Navarro diventava capo del governo spagnolo, il quarto governo Rumor andava in crisi, la Spagna usava per l’ultima volta la garrota, Iva Zanicchi vinceva il Festival di Sanremo, nasceva il quinto governo Rumor, le Br rapivano il magistrato Mario Sossi, in Portogallo la rivoluzione dei garofani poneva fine alla dittatura iniziata da Salazar e gestita da Marcelo Caetano, la Lazio vinceva il primo scudetto, gli italiani dicevano no all’abrogazione della legge sul divorzio, in piazza della Loggia a Brescia una bomba rivendicata da Ordine Nuovo provocava 8 morti e molte decine di feriti, Gianni Agnelli veniva eletto presidente di Confindustria, veniva costituita la Consob, a Padova un commando br uccideva due attivisti del Movimento sociale italiano, a Milano Indro Montanelli fondava Il giornale nuovo, Rizzoli comprava le quote del Corriere della Sera da Crespi, Moratti e Agnelli, la Turchia occupava il Nord di Cipro, ad Atene cadeva la dittatura dei colonnelli al potere dal 1967, a San Benedetto val di Sembro avveniva la strage sul treno Italicus, in Usa Nixon era costretto a dimettersi dopo lo scandalo del Watergate, a Pinerolo venivano arrestati i capi br Renato Curcio e Alberto Franceschini, a Milano iniziavano via cavo le trasmissioni di Telemilano di Silvio Berlusconi, a Torino 65mila operai venivano messi in cassa integrazione, la magistratura di Milano spiccava ordine di cattura contro il banchiere Michele Sindona e quella di Padova un mandato di cattura per il generale Vito Miceli ex capo del Sid (servizi segreti), in Etiopia venivano scoperti i resti fossili di “Lucy”, progenitrice dell’uomo e Malta diventava repubblica. Ma l’elenco non è esauriente, cioè non finirebbe qui, anche se qui lo faccio finire io.

Ricordate?

Resta da dire, brevemente, solo per memoria, com’era Treviso in quello scorcio dell’anno cbe andava concludendosi. Cosa accadeva? Il cronista lamentava in un fondo sull’apertura di pagina dell’edizione di Treviso del Gazzettino, che la regione si fosse dimenticata dell’idrovia del Sile . E annunciava anche che aumentavano le tariffe del trasporto urbano che però (per addolcire la pilolla amara) era previsto, in compenso, l’arrivo di 40 nuovi autobus Fiat 418 Ac carrozzati dalle Officine Pistoiesi (gruppo Breda), mentre a Oderzo venivano denunciate quattro donne per un furto di cavoli. Era la clamorosa notizia di “nera” del giorno. Infatti il cronista titolava a due colonne: “Trecento cavoli rubati nell’orto delle Opere Pie”. Contemporaneamente sotto la Loggia si svolgeva la Mostra del radicchio. I produttori premiati quell’anno erano Giorgio Favaro e Silvano Vettor di Zero Branco, Ferdinando Sartorato di Dosson, Salvatore Menegatti di Preganziol e Sante Milan per il tardivo. Antonio ed Ermenegildo Zugno di Scorzè e Giovanni Franchin di Zero per il precoce; Augusto Mazzocca di Castelfranco, Vittorio Ballan di Treviso e Antonio Zugno di Scorzè per il variegato. Alla premiazione c’erano il prefetto De Cunzo, il consigliere regionale Nervo, l’assessore provinciale Gazzola, il questore Fortunato, il presidente degli allevatori Bellotto, il direttore del consorzio agrario Zago, il veterinario provinciale Lucernoni, il direttore della Coldiretti Scardellato, il presidente della Camera di commercio Curci, il capo dell’Ispettorato agrario Scudeller. Il preciso e puntuale resoconto del cronista di allora metteva in risalto: “Il Consorzio attua una politica di intervento sul mercato per garantire ai produttori un prezzo equo e remunerativo. L’integrazione dei prezzi per dicembre-gennaio è prevista intorno alle 500 lire al chilogrammo”.

In dicembre, alla Fiera di Santa Lucia di Piave partecipano 450 espositori in rappresenta di 550 ditte diverse italiane, tedesche, inglesi e francesi. La Fiera viene inaugurata dal presidente del consiglio regionale prof. Giancarlo Gambero con il sindaco di Santa Lucia, Ermanno Speranza, presente anche il consigliere regionale Ulliana. Nello stesso periodo sono 170 gli artisti che partecipano al concorso “Tavolozza trevigiana”, giunto alla sua terza edizione per proporre opere ad olio formato 18x24 a tema libero ospitate ed esposte alla galleria d’arte Giraldo, dopo il giudizio espresso dalla giuria formata dai professori Armando Tonello, Girolamo De Stafani e Mario Massarin. La televisione offriva poco rispetto ad oggi. Erano accessibili il Primo canale, il Secondo e Capodistria. La programmazione aveva inizio alle 12,30 con la rubrica “Sapere” e chiudeva alle 22,45 con Tg e Che tempo fa, cioè il meteo. Il Secondo canale apriva le trasmissioni alle 18 con un programma divulgativo di educazione permanente e chiudeva con il programma delle 22, in questo caso (lunedì 16 dicembre 1974) con un concerto de “I solisti veneti”. Capodistria apriva alle 19,55 con L’angolino dei ragazzi e iniziava l’ultimo programma alle 22,30 con la seconda parte dello spettacolo folk “I Cosacchi del Don”. Maggiore offerta veniva dal cinema. All’Astra davano “La leggenda dell’arciere di fuoco”. Al Corso, “Robin Hood” (cartone animato). All’Edera, “La vera storia del dottor Jekill, vietato ai minori dei 14 anni, ultimo spettacolo alle 22,15. All’Edison, “Travolti da un insolito destino nell’ azzurro mare di agosto; allEmbassy, “Finché c’è guerra c’è speranza”; al Garibaldi, “Porgi laltra guancia con Terence Hill e Bud Spencer, all’Hesperia, “C’eravamo tanto amati” e all’Arcobaleno “La meravigliosa storia di Carlotta e del porcellino Wilbur”. La notte del 31 dicembre veglionissimo al “New Time” di Treviso con Renzo, premi e cotillons a un prezzo di tremila lire.

In quello stesso periodo invernale entrava nel vivo il Concorso gastronomico promosso dalla Pro Loco di Villorba. La quarta serata l’appuntamento è “da Nerino” a Fontane-Chiesa vecchia. Menù della serata: pappardelle con lepre, “polenta e osei”, funghi di bosco, formaggio con polenta “brustolada”. “Il primo piatto scrive il cronista – è reso più appetibile da un frizzante Cartizze, che sostituisce più che egregiamente l’aperitivo. Tre sommelier in pompa magna non hanno fatto piangere i bicchieri. Con il primo si degusta un robusto Refosco, mentre con la “polenta e osei” si passa al Merlot…Infine, il formaggio con il clinto, un vino che, qusi incontrastato dominatore delle cantine qualche decennio fa, ha conosciuto un rapido calo per tornare a fare capolino in questi ultimi tempi senza demeritare, accanto ai più noti e celebri fratelli come i bianchi di Valdobbiadene. E’ ovvio _osservava ancora il cronista- che ad ogni piatto bisogna accostare il vino che ne valorizzi il sapore e lo renda unico. Perché, a prescindere dai gusti, un piatto quando è fatto bene è sempre un buon piatto; la sapienza e l’arte 8non abbiamo detto abilità, perché è qualche cosa di più) consistono nel saper armonizzare tutti i particolari. Una trattoria alla casalinga presenta, come ha fatto Nerino, il suo pan de casata; rifiuta il dolce per non deviare da una linea impostata sulla polenta, altro alimento che un tempo era unico e che ora sta diventando una leccornia. Ovvio che il bicchiere della staffa, dopo tanta specialità veramente veneta, non poteva essere che la grappa. Una serata gustosa che ha toccato il punto focale del concorso, presentare e valorizzare piatti ormai adusati, conosciutissimi, che abbiamo mangiato in altri tempi, con più frequenza (e forse con maggior “fame”) e che la tradizione veneta non deve lasciar cadere. Per questo un concorso, e speriamo che anche altre Pro loco abbiano già preso esempio da Villorba, deve presentare la cucina veneta”. Per la cronaca, il vincitore della rassegna sarà proprio Nerino.

E’ bello ricordare quegli anni della giovinezza, gli slanci, i timori, la gioia. Una vita è passata, tante vite sono tramontate, ma nella galleria dei ricordi restano tutti i volti. Questo mio è il tentativo di far ricordare cose e persone, e di ricordare anche che la rivista ha sempre mantenuto una dirittura invidiabile e un’equidistanza tra eventi e passione e su questa linea procede anche oggi, perché, per dirla con Orwell: “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

Università degli studi di Verona presenta:

IO SCRIVO, TU MI LEGGI
incontro con l'autore


presso Biblioteca Arturo Frinzi
via San Francesco, 20 Verona;
tel. 045 802 8600

Mercoledì 9 Dicembre ore 17,30 l'autore Fausto Pajar presenterà il suo "Santi Montanari"


Clicca qui per il programma completo

Da sempre custodi delle Dolomiti




Tratto da "Corriere della sera" di martedì 29 Settembre 2009
di Fausto Pajar

A causa dei troppi interventi esterni, le Dolomiti dell'Unesco mondiale rischiano di dividere l'umanità locale che ne ha sempre tutelato il destino e le ha sempre promosse. Un destino, proprio un destino. Le cime dei monti hanno sempre separato. Lo spartiacque di frontiera cammina sulle vette più vicine al cielo e grondano sangue di guerra, riempiendo fiumi come il Piave o l'Isonzo. Storie vecchie che sbucano nelle pieghe di una memoria non sconosciuta, ma spesso ignorata.
Il Piccolo Lagazuoi non era mica come lo vediamo oggi: è stato fatto a pezzi dalle mine scavate in gallerie, dove, uno sopra l'altro, fantaccini austro-ungarici o italiani, diventati minatori del nulla per ordine superiore, picconavano rocce milionarie d'anni e piene di fossili testimoni di un mondo che c'era quando noi eravamo ancora nel pensiero di Dio. Fosse stato per la gente che ci abitava, il Piccolo Lagazuoi lo vedremmo ancora com'era, salvo qualche variante dovuta alle trasformazioni naturali imposte dall'azione inesorabile del tempo. La Marmolada ha scuscitato, per mezzo secolo, tonnellate di carte bollate in liti, solo per garantire trenta denari o poco più di impianti di risalita in cambio di stravolgimenti ambientali spacciati per progresso e ricchezza.
Progresso di chi? Ricchezza di chi?
Le montagne tutte, le Alpi tutte - e le Dolomiti in particolare - sono ricche per conto loro. I montanari (noi montanari), di qui e dovunque, ci sono sempre statii e ci saranno ancora, anche se si è fatto di tutto per costringerli a mollare a costringerli all'abbandono. Ma quando poi ci si è accorti che le bistecche non sapevano più di carne e il formaggio non sapeva più di latte e l'acqua non sapeva più di fresco e di pulito, l'altro mondo che guardava avanti con orgogliosa sicurezza verso il sol dell'avvenire e alle palanche e alla grana, ha guardato in su ed ha visto gente curva sulla poca terra dei monti, con le schiene spezzate dalla fatica. Ha guardato ed ha visto gente che tentava di rubare all'asfalto e al cemento che progredivano sui declivi fioriti di arnica salutare e di genziana benefattrice, che progredivano dicevo, tra le file dei faglioli come la gramigna, la maledattea gramigna che non si estirpa mai. Volevano bensì il progresso e la modernità, ma come la volevano loro non come la imponevano gli altri votati a una omologazione devastante e contraria ad ogni principio identitario. Le montagne sono un confine, devono essere un confine (almeno per arginare costoro), devono essere un limite fisico e logico alla corsa pazza di vite in fuga perenne da se stesse.Sull'asfalto non crescono fagioli. I fagioli per crescere hanno bisogno di terra, tempo e tenacia, soprattutto quella del contadino. E in montagna la terra è in salita, in tutti i sensi; e la salita è faticosa, chiede ritmi lenti, calibrati, dosati, pensati.
Ci sono tante cose che possono venire in mente in questo momento. La montagna è sempre il luogo più vicino al cielo. I boschi suonano e cantano. Sono flauti leggeri, ma anche cupe tonalità di tromboni e di percussioni violente e sconcertanti. Tra le Dolomiti, ad esempio, c'è un bosco, unico al mondo, dove un abete su quattromila può diventare una tavola armonica, cioè un legno che suona, che ha fatto impazzire e fa impazzire chi ascoltava e ascolta ancora oggi i violini di Stradivari, o i lunghi pianoforti a coda spaparanzati sulla scena fantasmagorica della Scala a Milano.
Oggi tuti attorno alle Dolomiti. Ottima cosa. Per fortuna sono di pietra. Una pietra molto friabile, ma non commestibile, almeno così spero. Anche se si potrebbe intuire di vedere già un banchetto predisposto a "far fuori" i Ladins che sono stati e sono ancora oggi nelle valli di Fascia, Ampezo, Badia, Gardeina e Fodom gli unici titolati a decidere sulle Dolomiti della Ladinia, come i Furlani di quelle della Piccola Patria. Mi resta solo un quesito. Posso pensare quali saranno i discorsi variegati degli uomini, ma mi chiedo che cosa si diranno ora le Dolomiti guardandosi nel tramonto dell'enrosadira che infiamma Catinaccio, Sciliar, Odle, Pale e tutte le Dolomiti dal Brenta al Friuli.
Spero solo di vedere, tra qualche mese, o prima, un solitario alpinista salire la cina del Campanile di Val Montanaia con una campana e che la suoi a festa per sottolineare che le Dolomiti sono sempre state e continueranno ad essere dell'Umanità tutta, perché saranno stati i montanari a decidere come continuare a mantenere aperta al mondo la loro casa, cioè le montagne più belle del pianeta.

Presentazione di Canale D'Agordo

Intervento del Prof. Arch. Luigi Zanata del 10 Agosto 2008

“Sono felice che il mio amico Fausto Pajar sia oggi qui a raccontare dei suoi Santi Montanari ed in particolare di S. Simon. Fausto aveva piacere che io dicessi qualcosa, mi limiterò a dire poche cose su quella splendida chiesetta, non parlerò da architetto della sua architettura, ma dirò che essa non è la tipica chiesetta di montagna spersa tra i boschi con il tetto molto spiovente, S. Simon lo si vede da lontano sporgere tra i pini e gli abeti del bosco, quasi a sollevarsi verso il cielo, è come un’arca, uno scrigno delle anime delle dolomiti, dove sono racchiusi gli spiriti dei saggi montanari, come Valerio da Pos, dove il suo campanile indica di notte il cielo, la via lattea, o le stelle cadenti di San Lorenzo in agosto, quasi fosse il braccio alzato del leonardesco San Giovanni del Louvre.
La chiesa di S. Simon è il racconto dell’uomo della montagna, del suo spirito, della sua storia, le sue pareti racchiudono come lo scrigno un tesoro, ma questo lasciamolo dire all’amico Fausto, al quale va ancora il mio ringraziamento per la sua amicizia e alla pro loco di Canale che ha permesso questo evento. Grazie a tutti."

Un caffè a San Marco con Fausto Pajar

Tratto da "Il Gazzettino Illustrato" di Agosto 2008
di Bruno Tagliapietra




C'è un "fil rouge" nella vita di Fausto Pajar, giornalista e scrittore ma ancor prima, nell'intimo, montanaro "nordestino": l'amore profondo per la natura e gli animali ma sempre in rapporto all'uomo. Specialmente verso quei personaggi che davanti a un magico paesaggio montano, oppure a una semplice felce non si limitano a guardare ma, proprio come fa lui, vedono, osservano, capiscono e sanno cogliere i messaggi profondi che flora e fauna ci trasmettono. "Sono - come lui ci dice - quei valori che i nostri avi hanno visto, amato e curato, lasciandoceli in eredità e che noi, a nostra volta, trasmettiamo alle generazioni future. Per questo scrivo i miei libri, per affermare che dobbiamo essere custodi appassionati della natura. Altrimenti non riusciremo a capire dove stiamo andando e non scopriremo il segreto della felicità". Pajar, giornalista professionista dalla fine degli anni Sessanta, sposato con due figli, vive per motivi strategici in quel di Quinto di Treviso in quanto lavora a Mestre nella sede centrale de "Il Gazzettino". Ma il suo dna proviene e non si scosta dalle montagne bellunesi dove è nato, nonché da quelle trentine e dell'Alto Adige dove il padre ha operato quale comandante delle varie sedi dei carabinieri dove veniva assegnato. Anche lui montanaro, originario della Val di Non, nato nel 1909, quando il territorio era sotto l'impero Austroungarico e quindi uso al tedesco e per questo utilizzato dal comando dell'Arma nelle aree calde del Tirolo in anni non certo facili.
T a n t i ricordi di quei tempi: belli o brutti?
Ripensandoci ora, alle soglie dei 60 anni, farei un bilancio decisamente positivo. Anche perché ciò che riesco a dare agli altri con il mio lavoro e i miei scritti lo devo alla formazione che ho ricevuto nei paesi di montagna dove ho mosso i primi passi. Come Longarone dove sono nato e dove ho il triste ricordo della morte tragica del mio padrino, il farmacista scomparso nell'immane sciagura del Vajont. Oppure Salorno dove d'estate appena dodicenne ho scritto e stampato in parrocchia con il ciclostile la mia prima fatica giornalistica: il “Gajer Express”. Poi gli anni delle scuole elementari nella provincia di Bolzano. Proprio in questa zona ho vissuto episodi gravi come la morte di uno stradino, saltato in aria per aver strappato con l'erba una bomba dei terroristi, alla chiusa di Salorno. Anche mio padre rischiò prendendo in mano un bussolotto di polvere nera dal ciglio della strada statale per poi neutralizzarlo senza bloccare il traffico (a quei tempi non c'era l'Autobrennero) e senza attendere l'arrivo degli artificieri. Tutto per cercare di non mettere ulteriori esche a una tensione già alta.
E la natura, legata alle montagne, cui si rifanno diversi degli otto tuoi libri finora pubblicati?
Quella e il suo rapporto con gli animali provengono da mio padre. Dalle lunghe camminate per i boschi. Lui aveva il bisogno di avere un fucile per sparare di tanto in tanto e giustificare ai suoi occhi quelle
faticose e lunghe passeggiate. A me serviva come maestro per capire i boschi e i suoi abitanti.
Ma gli studi superiori e l'università non erano possibili in montagna?
Questa è stata l'altra grande occasione della mia vita: gli anni delle medie trascorsi in
collegio dai salesiani a Rovereto. Qui ho imparato che lo studio è una cosa altrettanto seria e impegnativa del lavoro. Ho appreso che la cultura e il sapere sono il sale della vita e che il messaggio cristiano serve a capire il
significato profondo del nostro cammino nel mondo.
Ma l'approccio al giornalismo, dopo l'esperienza da ragazzo a quando risale?
Non ero ancora maggiorenne e già
facevo il corrispondente da Salorno per l'Alto Adige e da figlio del comandante dei carabinieri non mi mancavano gli scoop. Poi da buon trentino ho trascorso qualche estate in Germania a vendere gelati, come tanti giovani per mantenersi agli studi. Fino alla grande occasione, sul finire degli anni Sessanta, quando “Il Giorno” di Milano decise di aprire una redazione a Bolzano che vide l'uscita di parecchi giornalisti dall'Alto Adige e la proposta fattami dall'allora direttore Cavazzani di fare il praticantato alla redazione bolzanina prima, e a quella trentina poi, per diventare professionista. Qui ho vissuto le prime grandi esperienze. Da Trento, non dimentichiamo, uscirono Curcio & C. che governavano il movimento studentesco e la lotta operaia.
Altri ricordi di questa professione tanto strana quanto complessa?
A parte il privilegio mio di "appartenere" ai Cc quando si fa cronaca nera ci vuole anche fortuna. Ricordo la morte per arma da fuoco di un uomo in un maso a Solaiolo di Carano nel Trentino. Quando la notizia venne data alle redazioni tutti i cronisti delle tre testate della città e delle agenzie di stampa partirono in quarta. La mia macchina fece i capricci e io arrivai tardi. Incrociai i colleghi che stavano tornando indietro delusi: gli investigatori avevano detto trattarsi di suicidio. Un uomo si era sparato un colpo di pistola al petto. Ma la mia coscienza mi diceva che dovevo poter dimostrare che anch'io c'ero stato. Quando arrivai vidi il medico legale passare un'asta nel petto del cadavere per vedere dove finiva il foro d'uscita e nel girare il corpo si accorse che i buchi sulla schiena erano due. Alzato un braccio venne alla luce il secondo foro. Dunque era chiaramente un delitto e non suicidio. Il mio giornale fu l'unico a dare questa notizia, da prima pagina per un quotidiano locale.
Quando è avvenuto il salto dai media alla letteratura?
L'occasione risale a un'altra grande tragedia che ho vissuto in prima persona, questa volta come giornalista de "Il Gazzettino" dove ero approdato, ancora praticante, chiamato dall’indimenticabile collega Cesare Piazzetta: il terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976. Ho vissuto i momenti dolori e coraggiosi di quelle genti di montagna e degli alpini che in pochi anni cancellarono le profonde ferite dello sisma. Ho fatto il mio primo libro fotografico sul Friuli seguito da un secondo ("C'era una volta il Friuli") sui disagi dei sopravvissuti. Una volta rotto il ghiaccio ci avevo preso gusto. Soprattutto avevo capito quanto rispetto era dovuto alla natura, al fragile rapporto tra l'uomo e il suo habitat e che chi sbagliava eravamo soprattutto noi. Da qui un nuovo modo di guardare all'Heimat, alla patria, come dicono i tedeschi. A quella cultura fatta di racconti a voce, a quell'anima che si illumina alle fiamme di un focolare. Così si sono susseguiti "Serenissimo Alfabeto" su vicende e storie tramadate delle Tre Venezie; "Bengodi della Marca gioiosa" sulla gastronomia trevigiana; "La valle degli Uri", sui mitici e mastodontici buoi dei quali parla anche Giulio Cesare nel “De Bellum Gallico”, sopravvissuti fino al XVII secolo nelle pianure polacche; "Aquile, falchi, orsi e camosci a Nordest e dintorni", serie di racconti sui rapporti tra l'uomo e gli animali. Penultimo, il libro di foto "Romantica Treviso" con le impareggiabili immagini scattate dal fotografo Attilio Moretto per i tipi di Europrint Edizioni di Quinto.
Ultima fatica, appena uscita per Edizioni Biblioteca dell'Immagine di Pordenone, il libro "Santi Montanari". Un omaggio alle figure straordinarie di virtù, amate e venerate dalle genti alpine?
Sì, la valorizzazione di un messaggio che diversi santi hanno dato con la loro vita e i segni che hanno lasciato oggi, anche a distanza di millenni, sulle tradizioni e il sentire delle genti della montagna. Anche questa volta la spinta e il sostegno sono venuti da mia moglie che mi ha aiutato nelle ricerche. Le curiosità sono tante ma l'afflato è ricorrente: non si diventa uomini giusti se non sappiamo inserirci in una natura che Dio ha creato con l'uomo e per l'uomo perchè solo così si dà un senso alla vita. Un libro che ci permette di entrare in un mondo poetico e a volte sentimentale visto sempre con l'occhio del giornalista cui non sfugge il piccolo particolare, quel gesto, quell'aspetto umano che tanto calore dà a chi si lascia avvolgere da un mondo di valori sempreverdi. Così scopriremo il segno di Simone apostolo arrivato fin a Sachet di Valle Agordina in quella terra che ha dato i natali a Papa Luciani; oppure sant'Orso le cui tragiche vicende sono rivissute ancor oggi in Val d'Aosta. Ancora, santa Notburga di Eben la prima "sindacalista" dei contadini schiavizzati nel lavoro del campi nel Medioevo. E via via, san Martino di Tours che con il suo mantello ha influenzato l'economia della Marca facendo sorgere la Converga del Tabarro, che ha riportato in auge il classico, antico mantello veneto originale. In tutto quasi 30 figure importanti non solo per la Chiesa ma anche per aver guidato per secoli la vita reale di milioni e milioni di montanari che ci hanno preservato questo mondo fantastico di vallate e di monti delle Alpi. "Ovviamente - ci confida alla fine Fausto Pajar - ora non posso non passare al nono libro, dedicato questa volta ai "Santi marinari".

Quei santi montanari così «filosofi»

Tratto da l' "Adige" del 20 Agosto 2008
di Alberto Piccioni





Fausto Pajar racconta le grandi figure «d’alta quota», compresi diversi personaggi trentini.

Una schiera di santi montanari, specchio di una religiosità, forte, profonda e radicata, tipica delle genti alpine. Li racconta Fausto Pajar, giornalista di origini trentine, nel suo libro «Santi Montanari» (edizioni Biblioteca dell’immagine), dopo una accurata ricerca sulle fonti popolari, in Trentino e in tutto l’arco alpino. «Quando stavo scrivendo il libro "Aquile, falchi, orsi e camosci" – spiega l’autore - mi sono reso conto che sulle montagne esistevano una miriade di piccole edicole, dedicate a santi, la cui identità mi era sconosciuta, ma non alle genti che quei luoghi abitano da
sempre. Così è successo in un bosco della valle di fiemme: c’era una piccola edicola dove l’affresco centrale era completamente sbiadito. Chiesi ad un boscaiolo di cosa si trattasse e questo quasi si arrabbiò: “Non vede il drago? È San Giorgio!”. Mi resi conto che dove io non vedevo più nulla esisteva in realtà un immagine ben impressa nel cuore di quell’uomo. Per questo ho voluto
raccogliere una tale ricchezza in un libro».
Santi trentini ce ne sono molti, dai più conosciuti martiri anauniensi (Sisinio, Martirio e Alessandro) a quelli meno noti come Benigno e Caro di Malcesine, eremiti del monte Baldo, richiamati dal vescovo di Verona perché accusati di «tenere contubernio» con una certa
Olivetta. La loro storia, legata a delle rape miracolose, è a lieto fine e il vescovo riconoscerà la loro santità.

Pajar, che tipo di religiosità emerge da questi santi?
«Viene fuori che i montanari in realtà sono dei filosofi, pur non avendo studiato filosofia. Capaci di vedere il meglio che la natura sa offrire. Sanno soffrire, parla poco di moda oggi, e affrontare le avversità della vita con un minino di distacco e serenità. Con una forte capacità di gioire per il dovere compiuto».

Ma i santi chi sono?
«Persone normali, che per la loro straordinaria capacità di dedicarsi ai deboli e agli emarginati, assumono un valore massimo agli occhi della gente di montagna. È il caso di Notburga di Eben, una delle prime “sindacaliste” della storia. Con la sua tenacia nel cercare di non far morire di fame i contadini riesce ad ottenere dai “padroni” un miglior trattamento per tutti».

Che cosa conta di più per lei: la veridicità delle storie che narra o il loro valore popolare?
«Sicuramente il valore che hanno per lepersone. È il “sensus fidei” che esprimono, la cultura che hainterpretato la storia dei santi. In realtà io voglio raccontare le splendide montagne e le persone che ci abitano. Ma anche le leggende che vengono tessute intorno ai luoghi e alle persone,
diventano “reali” nel momento in cui sono vissute con forza e devozione dalla gente».

Qual è il santo cui lei è più legato?
«Uno che ha scalato le vette, ma non figura però tra i santi montanari: don Giovanni Bosco. Ho studiato dai salesiani e ancora mi considero un alunno salesiano».

Con questo libro ha esaurito i santi delle montagne o ce ne sono altri di cui parlare?
«Nel martirologio romano sono più di 6000. Nel libro ho voluto fare una prima selezione, ma è solo “un granello di sabbia” nel mare delle figure dei santidella montagna».

Popolo di santi e alcuni sono montanari doc





Tratto da Alto Adige, Trentino, Corriere delle Alpi del 15 Agosto 2008
di Toni Sirena

Con i santi di montagna la fede ci guadagna, si potrebbe dire parafrasando un noto slogan pubblicitario. Fausto Pajar, giornalista di terre miste (famiglia trentina, nato a Longarone, vita in Friuli, casa a Treviso), mette in fila i santi montanari («Santi montanari», Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, pagine 130, euro 12). In realtà, tra i molti ne ha scelti 26, quelli che gli sono parsi più significativi o interessanti o curiosi, visto che il catalogo ufficiale dei santi ne conta 9900 (si arriva a ventimila, però, secondo un’enciclopedia specialistica). Lo dice lo stesso autore: tutti i santi montanari sono qui raccontati? «Ovviamente no, perché i santi sono in numero incommensurabile». Insomma, la pattuglia dei 26 è solo una piccolissima parte dei santi montanari. Però, che pattuglia. Montanari perché? Perchè o sono nati in montagna o in montagna ci sono arrivati, magari per essere martirizzati, o perché in montagna sono venerati. Succede così che nei «magnifici 26» ci sta tutto un Ojüp Freinademetz, nato a Oies in alta val Badia e finito in Cina. O i santi nonesi Sisinio, Martirio (un nome, un programma) e Alessandro che erano di Cappadocia e finirono ammazzati in Anaunia. O San Martino, che veniva dalla Pannonia. O sarà invece che la venerazione per siffatti e sitanti discende dal fatto che sono patroni di boscaioli, guardie forestali, falegnami, pellegrini, cacciatori, oppure eremiti in valli profonde, sterminatori di basilisk che popolavano le fantasie valligiane, addomesticatori di orsi e altre fiere dei boschi, spegnitori di incendi? Miracoli, comunque. Perché non basta, per la patente di santo, elevarsi a perenne esempio di virtù eroiche (dove l’eroismo è un’indomita professione di fede), ma occorre (occorrerebbe) un miracolo certificato. Sicchè qualcuno di questi santi montanari risulta camminare sulle acque come Gesù, o provvedere di prole spose sterili (e qui il santo in questione, Romedio, si confonde con un altro, Mamante, e con le molte madonne lattifere), o cavalcare l’orso, o lanciare in aria falcetti che restano appesi a un raggio di sole. Questo per i santi non martiri. I martiri santi, invece, preferirono la morte all’abiura. Così per non rinnegare Cristo come fece Pietro tre volte (che comunque santo diventò lo stesso), ecco gli egiziani di san Maurizio, dirottati dal deserto alle Alpi per piegare tribù barbare, finire sterminati dall’imperatore Massimiano Erculeo, con più muscoli che cervello come dice il nome e come dice Pajar: erano, per la esatta contabilità, 6666 i militi della Legione Tebea scaraventati nel Vallese che rifiutarono di inchinarsi agli idoli. In tutta questa ecatombe uno solo dei morti, però, fece carriera da santo, cioè il loro comandante, Maurizio, che diventò poi protettore degli Alpini ma anche, non a caso, dei generali.

Il libro racconta i santi in ordine alfabetico, sicché non poteva che aprirsi con Sant’Antonio. Quello del porzèl, però, l’Antonio Abate, protettore degli animali (domestici), anacoreta egizio le cui gesta si confondono un po’ con quelle di Prometeo. Scese infatti coraggiosamente all’inferno per portare su il fuoco e regalarlo agli uomini. Il maiale c’entra perché aiutò Sant’Antonio nell’impresa. «Montanaro» forse perché venerato dai pastori e dagli allevatori che, si sa, sono più numerosi in montagna. Benigno e Caro, invece, sono santi del monte Baldo, che scelsero per romitaggio una spelonca ma che però, secondo l’accusa mossa loro dal vescovo, se la intendevano con una certa Olivetta. Il loro miracolo fu di convincere il vescovo della falsità dell’accusa portandogli in regalo due rape seminate, testimone il diacono inviato dal vescovo, la notte prima, e cresciute grandi come meloni. E poi, tanto per far capire al vescovo la loro santità, appesero ad asciugare i loro sai su un raggio di sole. Bernardo d’Aosta, lui sì, fu santo montanaro a tutto tondo. Sgombrò il mons Jovis dal demonio prendendolo per la collottola e ci fondò un monastero per assistere i viandanti e i «pellegrini della montagna», e così diventò il patrono degli alpinisti (ma solo dal 1923, forse perché, prima, l’alpinismo non era stato inventato). Biagio viveva in una grotta nei boschi dell’Armenia e lì compì il primo miracolo: tolse con la sola benedizione una spina dalla gola di un bambino, e da allora è protettore della gola. Il secondo miracolo fu il camminare sulle acque quando volevano martirizzarlo per annegamento. Ma lui, che era buono, per non deludere i suoi carnefici, invece di scappare tornò a riva per potersi fare martire in un altro modo, decapitato. Se fuoco e acqua, soprattutto in tempi antichi, erano flagelli di montagna, non poteva non esserci un protettore contro incendi di tabià e alluvioni: è Floriano, sempre rappresentato mentre versa acqua dal cielo con una mastella. E’ devozione nordestina e transfrontaliera, tra Carnia Veneto Slovenia Carinzia e Trentino. Tanto più che secondo lo storico bellunese Giorgio Piloni (1607) Floriano venne martirizzato a Lorenzago di Cadore. Località contesa con Vicenza, dove riposano in realtà le reliquie. Erano contese consuete. Basterà citare un San Valentino patrono degli innamorati il cui corpo starebbe in tre diverse città e paesi tra cui Limana (Belluno). San Gallo, così italianizzato dall’irlandese Gallech, deve il suo ruolo, quello di patrono di galli e galline, solo al suo nome. Fu uno dei tanti santi che, presi da pio zelo, dedicarono la vita a dar fuoco a idoli e templi pagani tanto da suscitare l’ira degli abitanti e buscarle. San Giorgio è quello del drago, che poi sarebbe un basilisco dal fiato puzzolente. E’ sicuro che morì decapitato in Palestina, lui originario di Cappadocia. Però a Mezzocorona in Trentino si indica ancora la tana del basilisco, anche se il cavaliere che lo uccise salvando la fanciulla qui si chiama conte Firmian. Lucano invece trasfigura in uomo dei boschi, che si ritirò nelle foreste della val di Fiemme e fece vita solitaria sopravvivendo grazie al latte di una capretta che lui trasformava in formaggi: a ben vedere è proprio l’om salvarech che insegna agli uomini la lavorazione del latte. Da segnalare, però, che altri resoconti lo avvistano in val di San Lucano, comune di Taibon Agordino. Di Martino si è detto, resta da segnalare che è patrono di Belluno, che tagliò un lembo del mantello per riparare un povero dal freddo, che è protettore di cavalieri e viaggiatori, osti e albergatori: per un verso o per l’altro, Martino di Tours c’entra con il turismo di montagna. Anche dei martiri nonesi si è detto. Sisinio, Martirio e Alessandro fan parte degli iconoclasti. Spediti dal vescovo di Trento, Vigilio, a convertire i nonesi e ad abbattere i loro idoli. Terribili erano i nonesi all’epoca, a credere a Vigilio: «popolani idolatri», che «ululano carmi diabolici». Sisinio si intromette durante un sacrificio a Saturno, sicché viene percosso in testa dall’uno con la tromba, dall’altro con la scure. Martirio cerca scampo nell’orto di una vicina che però lo denuncia, sicchè viene trafitto con dei pali. Alessandro, pure lui, viene preso e trascinato fino a morte. Poi tutti e tre vengono gettati nel fuoco. Siamo nel 397, per la cronaca. A questo punto anche Vigilio, che aveva mandato i tre in Anaunia, decide di salire in quel «luogo concavo fra i monti e risuonante di echi» tanto da fare «sinistra impressione». Sarà che Vigilio era uno di città e i monti erano ancora un «hic sunt leones». Sicché va in Rendena, zona tra i monti assai orrida. E lì fa la fine dei santi nonesi. Prende un idolo, lo spezza e lo getta nel Sarca. Mal gliene incoglie: i rendereni inferociti lo lapidano, si dice con pagnotte stantie ma chissà se c’è da crederci. La storia della madonna di Pietralba, dove oggi sorge il santuario mariano, è singolare, perché il protagonista assomiglia molto a uno di quei pazzi in Dio tipici della religiosità russa che nella follia vede un segno del Signore. C’era una volta un giovane malato di mente, salvato dalla Madonna mentre errava per la montagna che gli era apparsa e gli aveva indicato dove scavare per trovare la sua immagine, una statuetta che ancor oggi si conserva nel santuario. Notberga di Eben, patrona delle domestiche, è invece una santa tirolese, la cui storia risale al 1200. Rubava ai ricchi per dare ai poveri. Nel senso che rubava gli avanzi dei lauti banchetti dei suoi padroni, che di solito gettavano ai porci. Con un po’ di miracoli riuscì a convincere i duri cuori dei padroni. Salvo una che, non dandole retta, morì all’improvviso, e la sua anima finì per contrappasso insieme ai maiali a nutrirsi degli avanzi che non aveva voluto regalare. Se Pietralba sorse per indicazione della Madonna, il posto del santuario di San Romedio in valle di Non fu indicato dal Signore. Perché dovete sapere che Romedio fu un santo edificante, nel senso delle anime, ma anche delle opere. Voleva costruire una chiesetta, ma ogni volta i corvi gli portavano via il legname andando a depositarlo su una rupe scoscesa. Fu lì, dunque, che Romedio finì per costruirla: visto lo spazio ristretto, il santuario oggi consta di cinque chiesette una sopra l’altra. Ma Romedio è noto anche per le sue frequentazioni con un orso, che cavalcava per la meraviglia dei fedeli dopo che questo gli aveva sbranato il cavallo. Patrono di Vallada Agordina è invece Simone Apostolo. Essendo stato segato in due in Mesopotamia, è diventato il patrono di chi taglia legname, o marmo, o pietra. E a Vallada, sul Biois, le segherie un tempo erano numerose. Ujöp Freinademetz della val Badia, santo dal 2003, è il vanto della chiesa ladina. Visse 29 anni in Cina, rischiò la morte durante la guerra dei Boxers che gli davano la caccia perché straniero. Al suo arrivo mostrava assai scarsa considerazione dei cinesi, ma poi dovette ricredersi. Alla fine ammise: «Sono ormai più cinese che tirolese». Morì (di tifo) che vestiva alla cinese e lo chiamavano Fu Shenfu. La morale di tutto questo? Santi in montagna lo si può diventare in tanti modi, e in montagna non occorre esserci nati. Certo servirà per forza un miracolo, ma forse non l’aver compiuto imprese clamorose. Tant’è vero che si sostiene che Papa Luciani di Canale d’Agordo, ormai sulla strada buona per diventare beato, esercitò le virtù eroiche interpretandole come esercizio quotidiano.